Riflessioni intorno alle opere narrative di Pietro Corsi

Categoria: Articoli e Recensioni Pubblicato: Giovedì, 05 Ottobre 2017 Scritto da ugo

Riflessioni intorno alle opere narrative di Pietro Corsi

Il mio felice incontro con lo scrittore Pietro Corsi è avvenuto mediante la lettura del suo magnifico romanzo dal titolo “L’amapola della Sierra Madre” edito nel 2015. Da allora è nato in me l’interesse a saperne di più sulla sua figura di uomo e di scrittore.

1 – Note biografiche

Nacque a Casacalenda nel 1937. Trascorse ivi gli anni della guerra e del primo dopoguerra. Ebbe il  suo primo apprendistato nel suo stesso paese come segretario nell’ufficio notarile di don Domenico Lalli: l’“epoca in cui cominciò a scrivere senza mai dirlo a nessuno” – come riferì il suo amico e compaesano Giose Rimanelli nella prefazione a “La giobba”, il suo primo romanzo di successo.

Questo fu il tempo in cuiaveva goduto e gioito in compagnia di uno sciame di ragazze morbide ed abbronzate, belle, sane ed ingenue, affettuose e riconoscenti”. Era alloraun giovane irrequieto(R. a P. 93), desideroso di “ allontanare qualcosa” da sé (R. a P. 26), che non dice, ma che certamente doveva trattarsi di un mondo più o meno chiuso, dalle prospettive future ristrette, inadeguato agli slanci dei suoi sogni.

Era un sognatore impenitente. Si disse “ che tutti fuggono”e chenell’intento di fuggire, l’uomo cerca disperatamente di raggiungere la luna” (R. a P. 91). E lui ci provò, volle mettersi in gioco.

Presto, verso la fine degli anni 50, si trasferì a Roma, dove aprì un ufficio di dattilografia e traduzioni e fu coautore di programmi per la RAI. Visse così alcuni anni di intensa attività prima di lasciare l’Italia in cerca di nuove esperienze e di una sistemazione più consona ai suoi meriti e ai suoi desideri.

Molti italiani in quel periodo lasciarono il nostro paese,  ancora martoriato dagli anni bui “con il piede straniero sopra il cuore”, come dice Salvatore Quasimodo, e dalla guerra civile, tutti alla ricerca di un avvenire migliore, diretti soprattutto verso l’America e l’Australia.

Spinto dal desiderio di conoscere terre lontane, come un moderno Vespucci, egli s’imbarcò per il Canada nel 1959, stabilendosi a Montreal, dove un suo fratello, aprendo un negozio di scarpe, si era già permanentemente stabilito.

Ivi, cominciò a collaborare come reporter al giornale “Il cittadino canadese”, scritto in lingua italiana. Su di esso pubblicò a puntate il suo primo racconto di successo, “Onofrio Annibalini, contadino” che l’incoraggiò a non abbandonare la sua passione di scrivere. In seguito questo racconto fu trasformato da lui in romanzo coll’unirlo e coordinarlo a un altro racconto dal titolo “Rob Perussi, ex studente” pubblicandolo col titolo di  Due racconti” e che, successivamente riesaminato, assunse il titolo definitivo di “La giobba”, in inglese “Winter in Montreal”, edito a Campobasso nel 1982.

Poco soddisfatto dei successi conseguiti,  si recò a New York in cerca di nuove vie presso un amico, ma anche qui non resistette a lungo.

Molto presto si imbarcò per diversi mari viaggiando con la voglia di allargare le sue conoscenze dirette sul mondo. Fu nelle Antille, in Venezuela, in Spagna, in Portogallo, a Santo Domingo. 

Tra il 1965 e il 68, disperato e senza soldi, si trovava in Messico – già vi era stato nel 1961 nei giorni delle “pazzie di gioventù”, come egli stesso le definì -  dove si ammalò e venne curato con generosità dalla gente del luogo. Lì incontrò anche l’amore della sua vita, Elsa, nativa di Marzatlan, che poi sposò e gli partorì i suoi due figli, Giampiero e Giancarlo.

Nel 1969 stabilì la sua residenza  in California, a Los Angeles,  ove s’impiegò in una delle più importanti compagnie crocieristiche del mondo, di cui diventò vice-presidente, e dove è deceduto di recente a 79 anni compiuti nel corrente anno 2017.

In questa affannosa ricerca di un sito soddisfacente in cui fissare la sua residenza ebbe modo di allargare le sue esperienze dirette sul mondo nei diversi paesi in cui approdò e che noi vediamo riflessi nelle sue opere. Nel dedicarsi alle attività più confacenti ai suoi meriti, scrisse molto, giungendo a formarsi uno strumento linguistico più ricco e articolato e uno stile narrativo  personale, brillante e accattivante.

Pietro Corsi non dimenticò mai il suo paese natio, la sua regione, il Molise, la sua cultura originaria, cosa che lo portò non solo a tornare a Casacalenda in gran parte delle vacanze estive, ma a nominarli e descriverli nei suoi scritti che, tra l’altro,  abbondano dei suoi ricordi e dei ripensamenti sul suo passato molisano. 

       Ha scritto in due periodi distanziati tra loro di una decina d’anni. Del primo periodo ricordo:

- Figli sterili, 1967

- Due rapporti, romanzo, 1969

- La giobba, 1982

- Ritorno a Palenche, 1985

-un certo giro di luna, 1987

- Il morbo dell’ozio, 1994

Del secondo periodo:

-  Halifax: l’altra porta d’America, 2003

- L’ambasciatore di don Bosco, 2004

- L’odore del mare,2006

- Arabesco, 2008

- Omicidio in un paese di cacciatori, 2012

- Neruda, il corvo bianco, il gatto nero,2013

- La figlia del corvo, 2014

- L’amapola della Sierra Madre, 2015

 

2 – Nota programmatica.

Ogni scrittore, intorno ai suoi personaggi principali e alle loro storie da narrare, in un racconto, in una novella o in un romanzo, ha bisogno di inserire sempre personaggi che meglio contribuiscano a dare spessore e credibilità a quelli che gli stanno a cuore e chiarezza ai problemi a cui vanno incontro al fine di renderne in qualche modo credibile l’intera vicenda.

Per gli scopi che mi sono proposti e per la limitatezza del materiale che intendo esaminare, le quattro opere da me possedute, intendo seguire solamente alcune linee di pensiero ad essi attinenti per poi soffermarmi sulle mie riflessioni e intuizioni su di essi.

Mi rendo conto che questo è un modo di procedere riduttivo, che certamente non esaurisce l’insieme delle problematiche che si trovano implicite nelle situazioni esistenziali poste dall’autore, ma a me interessa cogliere solo alcuni principi basilari della poetica del nostro scrittore, i più generali e orientativi. come ad esempio quanto dice a pag. 144 di Ritorno a Palenche.

“Giudichiamo troppo semplicemente gli altri, e dovremmo astenercene.. Non è forse assurdo? Non riusciamo a capire quello che c’è dentro di noi e ci rifiutiamo di giudicarci personalmente; poi pretendiamo di poter capire il nostro prossimo e lo giudichiamo come se fosse la cosa più naturale di questo mondo”.

Per questo mi limito a riassumere alcuni sviluppi delle vicende principali, a ricercarne la struttura d’insieme e a riflettere sui comportamenti che implicano idee di portata universale impliciti nella vita  e nelle opere dei suoi personaggi, la sua poetica.

3 – La struttura e la fabula..

I romanzi, “La giobba”, “Ritorno a Palenche”, e l’”Amapola della Sierra Madre”  hanno un impianto pressoché identico, in parte già espresso nelle note biografiche. 

Ognuno di essi viene diviso in due parti, differenziate da ambienti, situazioni e personaggi chiaramente differenti con fini pressoché identici. Ognuna di queste parti è costruita come un racconto a sé, conchiuso, che sembra successivamente adattato e coordinato a quello della seconda parte del libro dal quale si distingue anche per la scomparsa di alcune figure di primo piano.

 Non è così l’”Arabesco”. Esso è un romanzo compatto, tutto di un pezzo, strutturato e curato in tutte le sue parti, come un modello perfetto. Ha l’aspetto di un unico grande affresco come ad esempio “La scuola d’Atene” di Raffaello o il giudizio universale di Michelangelo.

 Il romanzo “La giobba”, è un esempio tra i più evidenti di quelli bipartiti. Gli darei lo stesso titolo del capolavoro di Victor Hugo, i “Miserabili”, per il contenuto in quanto non fa che parlare di personaggi che, diretti verso il meglio, si lasciano andare alla deriva, in balia di affaristi senza scrupoli, di sfruttatori d’ogni sorta, di sbandati, di delinquenti, di spacciatori di droga, di assassini e di prostitute, che fuggono da una situazione all’altra  senza riuscire a trovare un porto sicuro in cui fermarsi e magari vivere appagati e felici.  In esso si respira l’aria più triste dei suoi racconti.

Il personaggio chiave della prima parte è Onofrio Annibalini, un contadino molisano analfabeta, insoddisfatto della situazione in cui vive nel paese nativo e, più che un emigrante, è un uomo in fuga da una condizione umana di rottura con la società in cui vive. Emigra perché si sente umiliato, per dimenticare le sue pene e la sua vergogna, per ritrovare altrove un ambiente che gli restituisca la dignità perduta di uomo e di cittadino onorato. 

Il compare Pasquale Petrilli, già residente da anni a Montreal, in Canada, gli procura un contratto di lavoro che gli permette di emigrare secondo le regole del tempo.

Parte con grandi speranze, sognando di pervenire ai più rosei successi, ma appena  mette piede sul luogo di sbarco i suoi sogni cominciano a sgretolarsi.

Subito apprende che è tempo di recessione, che le condizioni economiche e sociali del luogo sono cambiate, che le imprese non sono più in condizione di assumere nuovi operai.

Resta per dieci mesi alla ricerca di un lavoro senza riuscirci, per cui si indebita fino al collo col suo compare, finché da lui stesso viene messo alla porta in quanto ritenuto incapace di guadagnare il minimo necessario per sopravvivere.

Onofrio si riduce a vivere una vita di miseria, di fame, di solitudine e di stenti, fino a passare le sue notti all’angolo di qualche strada, sulla nuda terra e persino sotto i ponti come un rifiuto umano.

Ma ecco che un giorno incontra un altro italiano, uno di quelli falsi e bugiardi, sfruttatore, Roberto Perussi, proveniente da Roma.

Questi gli propone un lavoro, con un contratto  capestro, in un cantiere edile, grazie alla sua organizzazione malavitosa. Roberto lo infinocchia a tal punto  da farlo indebitare fino all’inverosimile. Quel lavoro è solo un inganno e dura non più di una stagione perché arriva il terribile inverno canadese durante il quale vengono chiusi tutti i cantieri edili.

Allora egli si dà a qualunque lavoro sporadico per sopravvivere. Ma inevitabilmente, visto le circostanze, torna a soffrire la fame, il freddo, la solitudine, l’umiliante sensazione  di sentirsi rifiutato, scacciato come un cane rognoso e, quando si decide di rivolgersi per aiuto di nuovo  a chi gli aveva trovato in precedenza quel lavoro, questi risulta introvabile.

Tutta la vicenda della prima parte termina col mostrarci un  emigrante privo di mezzi per sopravvivere in balia della più terribile delle disperazioni.

Il suo epilogo lo ritroviamo solo alla fine della seconda parte dell’opera.

Onofrio, non era un pezzente, ma un contadino onesto fino al midollo, che aveva il suo campicello da lavorare e una casa ereditata dove abitare. Aveva abbandonato il paese a causa del suo matrimonio fallito. Carmela, sua moglie, lo tradiva e lui si sentiva umiliato, vittima impotente in una società piena di pregiudizi, incapace di sopportare una situazione simile.

Pur di fuggire da lei e dal suo ambiente, si dispose ad affrontare i sacrifici dell’espatrio, a trasferirsi in un mondo sconosciuto, senza immaginare le difficoltà a cui sarebbe andato incontro.  

Egli è il simbolo delle esperienze sconcertanti di molti emigranti lavoratori seri e coscienziosi.

Quando lo ritroviamo non è che uno sguattero, addetto alle pulizie in un night club, il Saint John, nel punto più malfamato del Boulevard St. Laurent di Montreal, nel momento in cui l’eroe del secondo racconto, Roberto Perussi, che nel frattempo è riuscito a farselo amico, si reca presso di lui in cerca di un posto dove nascondersi perché si sente minacciato da una sua vecchia vittima da poco uscita dal carcere. 

In questa nuova situazione Onofrio appare contento di sé. “Sembrava, – dice l’autore –  il padrone del locale.”

In tale ruolo, il giorno in cui un omaccione giapponese tentò di maltrattare con violenza un suo collega di lavoro egli, il piccolo e apparentemente debole sguattero, d’istinto, gli si para davanti, collocandosi tra la vittima e l’aggressore, e riesce, con una breve e decisa colluttazione, a battere l’omaccione e a farlo espellere dal locale.

Onofrio, da quel momento, viene visto come un eroe degno di ammirazione. Per quest’atto,  lo stesso proprietario del locale che era presente a tale evento, lo chiama in disparte e gli propone il ruolo del buttafuori, più adatto alle sue capacità, con un aumento di salario consistente che egli accetta senza indugi.

Finalmente si sente apprezzato per quello che vale e felice di poter onorare i debiti da tempo.

La pagina che segue è la più drammatica della sua vita, quella che precede di poco il suo incontro con Roberto Perussi.

L’autore la racconta con un linguaggio che rivela l’uso di un italiano colloquiale e domestico, ancora non assurto all’uso letterario e scorrevole delle sue opere migliori, ma già rivelatore delle sue grandi qualità. Dice il narratore:

“Un giorno Onofrio era seduto su una panchina nel Parco Saint Zotique, spossato, sfiduciato, gli occhi perduti nel vuoto, s’era tolto le scarpe e le massicce calze di lana grezza lavorata ai ferri dalle vecchie del paese, e con le mani si massaggiava i piedi vescicosi. Mentre poi si riallacciava le scarpe, sentì prepotente un desiderio di emettere piccoli gridi, ma acuti, pieni di rabbia: forse così avrebbe cacciato di dentro quei demoni che lo tenevano agitato e che lo facevano sudare come una cavalla quando in agosto, sotto la sferza del sole, porta le salme di grano trebbiato dalla masseria al paese, e scuote la testa e si scudiscia con la coda il corpo diventato acquoso dal sudore, e dove annegano a migliaia le mosche cavalline…”

Segue il suo soliloquio, quello di un disperato che si sfoga senza comunicare con un  interlocutore. 

“E tu hai lasciato quello che avevi!”

“E’ vero – si risponde. -  Ma io  ho dovuto farlo per fuggire da Carmela”.

“La donna è un pezzo di mondo quando si mette a giacere, e tu dovevi spaccarle la testa con l’accetta perché non giaceva con te”.

“Hai ragione”.

“E non l’ho fatto invece”.

“Perché non l’hai fatto, eh? La galera non era meglio che vivere come stai vivendo, in questo strano paese?...”

Era il crollo di tutti i suoi sogni, il punto più basso della sua caduta nel buio.

L’altro eroe del romanzo, Roberto Perussi, è , invece, uno studente che non ama lo studio e fugge dalla noia in cui vive. “Una tranquilla notte di fine maggio 1959”, mentre John e Nick Curtesi, suoi zii materni, Mammasantissimi di “Cosa Nostra” presente a Montreal, si preparano a fuggire per non cadere nella rete tesa loro dalla polizia egli sta per giungere in Canada.

Gli zii sanno che sta per sbarcare dalla nave “Irpinia” proveniente dall’Italia. Sanno che il nipote a Roma era vissuto nel velluto in un collegio grazie alle abbondanti rimesse in denaro fatte da loro sin da quando era rimasto, a dieci anni, orfano di entrambi i genitori.

Roberto, ignorando la loro vera condizione sociale e le ragioni vere da cui derivava la loro immensa ricchezza, non sa che sta per cadere in un ambiente di malavita.

Essendo il loro unico erede, si reca in Canada  non solo perché “non gli piacciono i libri” - a detta degli zii -  ma anche perché “l’aria di Roma e dell’Italia non gli faceva bene”, e “aveva voglia di conoscerli”, ma soprattutto perché temeva  che la loro proprietà cadesse in mano ad altri pretendenti o finisse coll’essere decurtata dalle eccessive pretese fiscali delle leggi italiane”. Era però convinto di entrare a far parte di una famiglia ricca ed onorata.

I Curtesi, prima di divenire uccel di bosco, incaricano un loro validissimo collaboratore, Fred, di provvedere ai suoi bisogni, senza badare a spese, di proteggerlo e rifornirgli adeguatamente  di ogni cosa di cui sentisse la necessità, fino al loro prossimo incontro. Gli forniscono semplicemente una sua fotografia per consentirgli di riconoscerlo al suo sbarco dall’“Irpinia”.

Non incontrerà mai i suoi zii.

La sua è una figura di uomo debole, facilmente influenzabile, che, trovandosi immerso in quell’ambiente fino al collo,  si lascia trascinare gradatamente in una serie di fatti criminosi, di imbrogli politici, di sfruttamento di persone ingenue e di prostitute, di spaccio di droga e di violenze d’ogni sorta fino a diventare uno dei criminali ricercati dalla polizia locale.

La sua è la storia di chi, partendo da posizioni oneste, cade in un mondo sotterraneo da cui, ma troppo tardi, desideri uscirne alla chetichella.

 Disgustato da quella vita, infatti, Roberto ha voglia di ricominciare, di tornare in Italia a vivere una vita ligia alle regole e fondata sul lavoro onesto, ma il suo estremo tentativo di fuga non riesce e lui è ancora pronto a uccidere, cadendo vittima in uno scontro a fuoco con la polizia proprio mentre stava per salire sull’aereo che lo avrebbe portato fuori dal Canada, verso la sua poco credibile resurrezione.

In questo romanzo c’è anche chi è pago di se stesso e del suo ambiente e preferisce restare, non emigrare. E’ l’amico Michele Scardocchia, ben visto da tutti, che, se ha perduto la moglie travolta in un grave incidente d’auto non per questo si sente turbato più di tanto.

Lascia l’amaro in bocca la figura di coloro che come Helene Laferriere e lo stesso Roberto, non riescono a ritrovare le condizioni  normali di vita, prigionieri delle loro stesse colpe.  

Brillano qua e là pagine stupende di analisi d’ambienti e di comportamenti sociali che rivelano le grandi capacità narrative dell’autore, la sapienza con cui sa penetrare nei meandri più oscuri dell’animo umano, la saggezza e l’equilibrio dei suoi giudizi, l’intelligenza con cui affronta l’analisi delle motivazioni umane.

In alcune pagine brilla la sua propensione all’ironia. Lo fa con Giacomo Petrilli, il figlio disoccupato del compare di Onofrio, quando apostrofa la sua incredulità di fronte alle avversità del momento (L. g. pag. 33) e dove Scardocchia, recatosi in Procura a Larino, viene scambiato per un Procuratore della Repubblica (L. g. pag. 49) .

Molti sono i problemi che l’autore pone nel quadro del Canada post bellico. Il quadro politico è sconcertante, inquinato dalle beghe dei partiti e della malavita, in cui anche i poliziotti risultano collusi. Una situazione che ci rimanda all’altra consimile in cui si dibatte il Messico, dopo la rivoluzione di Pancho Villa ed Emiliano Zapata, nella seconda parte del romanzo “L’amapola della Sierra Madre”.

In questa seconda parte brilla la pagina 133, per la felice adeguatezza della descrizione del paesaggio  con quanto accade di triste ai suoi personaggi: uno stupendo esempio in cui il clima umano è in sintonia con quello della natura. Un esempio di alta poesia in prosa.

Un altro inverno era alla fine. Anche se la neve non veniva più giù ormai da qualche giorno, ed il ghiaccio che copriva le strade con uno spessore di diversi millimetri s’era disciolto, un freddo pungente si faceva ancora sentire. Le membra degli uomini non s’erano ancora sciolte, impedite dal prolungato riposo, e la natura continuava a dormire il sonno che prelude al risveglio, che in terra canadese si ha soltanto quando i primi raggi del sole infuocato tornano a picchiare su quella parte del mondo che in inverno sembra dimenticata da Dio, e maledetta da Lui e dagli uomini.

Quando ti trovi ad osservare una parte della città da un’altura, in inverno, e non vedi fumo alle ciminiere né uomini al lavoro nei cantieri, e vedi invece la ferrovia nella zona merci bianca, morta e spoglia di vita, e gli alberi pure spogli di vita ma carichi di ghiaccio e di morte, per forza la devi capire la tristezza che ti possiede, e che è quella stessa degli immigrati che ti stanno attorno e parlano, e maledicono il cielo e se stessi e il mondo. E capisci allora molte altre cose, e ti senti vinto, morente e inutile, come un ramo spezzato via da un albero fiorito. Anche la maledizione per l’antico peccato la tieni sulle labbra. Dimentichi di essere l’uomo votato al sacrificio, cristiano e credente nella Provvidenza. Ti senti bestia nella materia e ammazzeresti il prossimo qualora ti venisse a mancare un tozzo di pane: ti senti bestia nello spirito e rinnegheresti il tuo stesso sangue pur di non sentire false parole d’amore”.

In questo, che è uno dei suoi primi romanzi, è già espresso  l’orientamento fondamentale del Corsi, la risposta implicita alla domanda “Perché vivi tu?”. Si può riassumere in breve così:

“Se vuoi vivere libero e cercare di essere felice il più possibile hai due strade da scegliere: o tieni duro a perseguire la strada seguita dall’onesto contadino analfabeta Onofrio Annibalini fino a spuntarla sulle avversità della vita oppure torni a vivere nel tuo paese come vorrebbe fare  Roberto, perché il sognare con leggerezza non porta che a sofferenze e delusioni”.

4 - Questa verità viene espressa in modo più esplicito nell’opera “Ritorno a Palenche” (30-31-32), dove il concetto di libertà individuale umana è spinto oltre misura, fino all’assurdo.

 Esso, come dicevo, è un altro romanzo di persone in fuga verso orizzonti nuovi: fuga da un ambiente e da una città invivibile come Montreal, Acapulco e New York, fuga da un amore impossibile o da situazioni infelici e umilianti, fuga da legami affettivi e di sangue.

Il suo impianto, come dicevo, non è dissimile da quello di   “La giobba” in quanto  anch’esso è diviso in due parti,  differenziato per ambienti, vicende, personaggi e problematiche nuove. In esso l’autore disegna caratteri  dai forti contrasti e la filosofia dell’individuo che vuol vivere slegato da ogni regola e da ogni vincolo morale. Fa dire al giornalista Mario Beretti, l’alter ego di se stesso:

Io sono il vagabondo che dorme sotto i portici con le ratte e si sveglia all’alba con i cacaraci. Sono l’ebreo errante in cerca di riposo nella terra promessa di cui conosco l’esistenza, ma non ne conosco la località. Sono Ulisse che trova luoghi incantati per poi vederne orribili ciclopi e fuggirne. Sono Mosè che si avventura nel deserto trascinandosi dietro il peso del mondo, e sono Noè che si costruisce un’arca per rinchiudersi dentro con i peccati dell’universo” (R. a P. pag. 35). “Sono un vagabondo, insomma” ( idem, pag.114).

     E al personaggio femminile, Gladys Brown, in un momento di lucida riflessione:

Chi sono io? Sono finalmente me stessa, sono una donna libera di vivere ed amare, libera di gioire, di soffrire, di godere:::” (idem, pag. 137).

Ci sono figure nevrotiche, come Lupita e Gladys, che respirano l’aria delle due tendenze opposte. Ma non mancano personaggi di secondo ordine che lo dichiarano esplicitamente come il vecchio molisano di Montagano incontrato su uno dei moli del porto di New York del quale appare molto significativo il suo discorso. Qui lo riduco nella forma essenziale:

“Un vecchio scaricatore di porto, che da qualche giorno mi stava osservando da un molo all’altro, mi si avvicinò. Indossava pantaloni rappezzati e, su una camicia di flanella a scacchi, aveva un giubbotto di tipo militare certamente raccolto in qualche vicolo stretto e buio prima che passassero i camion della spazzatura.

- Paisà

- Siete italiano anche voi?

- Eh?!, esclamò. Oh, se sono italiano? Certo. Anche io sono italiano.

- Ma voi, cosa ci fate qua?

- Eh?! Ah, sì. Beh, si finisce tutti qui per lo stesso motivo, no?

- Ed io, secondo voi, perché son qua?

- Beh, non siete mica diverso dagli altri, voi. Avete lasciato l’Italia con una illusione, e quando avete visto i sogni svanire avete pensato che no, non vale la pena di soffrire. Ed ora volete tornare indietro, ma non avete i soldi per il grande viaggio. Non è forse così?

- No, Non è così. Vi sbagliate. Io sono stanco e voglio andar via, ecco.

- Allora è vera anche un’altra cosa. E cioè, che gli anni sono davvero passati per me, che non sono più giovane, perché i giovani come voi non pensano più come me. Fino ad oggi avevo avuto la certezza che tutti, quando vedono cadere i propri sogni, vogliono tornare indietro, dove i sogni erano nati. Ma invece voi mi dite che non è così.

- E’ che, vedete, io non ho avuto mai sogni particolari. Il mio unico sogno è stato solo quello di poter vivere. Ma vivere, come posso spiegarlo in poche parole, essere libero di vivere, mi spiego? (28\30).

Le due parti del romanzo, come ho già detto, appaiono entrambe conchiuse e sembrano coordinate tra loro in un momento posteriore.

La prima narra la storia del giornalista Mario con Lupita, una prostituta di grande intelligenza e cultura, di forte personalità, che ha scelto di vivere una libertà sessuale fuori da tutte le regole, anche le più ardite. 

La vicenda inizia mentre Mario si trova a letto, in una stanza d’affitto di Città del Messico. Si è da poco svegliato con un pensiero che lo ossessiona da diverse settimane, da quando ha lasciato Palenche: “Porque vives tu?” che lo sconcerta.

Sente picchiare alla porta e nell’aprirla vede precipitarsi nella sua stanza una bellissima donna, Lupita, che cercava un’altra persona, ma che tuttavia, si mette comoda distesa nuda sul suo letto.

Nasce così una relazione di rapporti reciproci sensuali e  senza amore. Tra loro c’è una certa affinità, entrambi hanno scelto di vivere liberi da ogni legame giuridico e affettivo. Ma gradatamente ognuno comincia a sentire per l’altro un sentimento di umana attrazione. Il loro rapporto continua anche dopo che ad Acapulco egli scopre la vera natura della sua compagna. Ella non solo è una prostituta di professione, ma è anche una vera e propria maniaca sessuale. E’ fornita di una buona cultura e di grande intelligenza. E’ in fuga dall’idea ossessiva del suicidio. E’ lei che risponde adeguatamente alla sua domanda sconvolgente “Perché vivi tu?”.

Gli dice che “è’ una sciocca domanda di un povero indio di provincia imbarazzante, che si impossessa di te, ti rende schiavo. Non è forse vero, dimmi, non è forse vero?” (75) a cui egli non fa che assentire.

Il giorno in cui Lupita scopre di essere incinta, però, la coppia non riesce più a stare insieme; ognuno se ne va per la sua strada, senza rancori.

E’ a questo punto che Mario decide di ritornare a Palenche. Lupita viene ringhiottita dal buio dal quale era venuta.

Altre figure brillano in questa prima parte del romanzo: quella dello studente Enrique e del professore di architettura Armando, il precedente amante di Lupita.

 La seconda parte si svolge a Palenche, famoso dal punto di vista archeologico in quanto è ricco di monumenti della civiltà Maya. Cambiano le figure  principali. Qui troviamo i coniugi David e Gladys Brown, prossimi a un fallimento matrimoniale, e Mario Beretti, che il caso vuole che si incontrino in un alloggio comune diviso  in due stanze da un labile separé.

I Brown sono ricchissimi, non hanno figli, ma il loro matrimonio è vacillante.

La pagina in cui la signora Gladys manifesta in un soliloquio i segni della sua crisi (134), vero scavo psicologico, è esemplare.

“Non sai quanto ho sofferto e lottato per arrivare a conoscere me stessa, ultimamente. Da quando mi sono sposata, ho cominciato a perdere giorno per giorno un poco di me stessa. Sono arrivata al punto di chiedermi “chi sei?” Ma non trovavo mai la risposta. Poi un giorno la lessi in una rubrica di uno di quei tanti giornali per donne ignoranti che si pubblicano negli Stati Uniti, forse anche in altri paesi del mondo, per quel che ne so io. Un’anonima regina dell’amore consigliava di chiedersi ad una altrettanto anonima che si proclamava di essere una donna sola, “Chi sei?”

Questa la risposta:

“Goethe dice -  compi il tuo dovere, e saprai cosa c’è in te.”

“Bene, siccome sapevo che il dovere è indicato dagli istinti personali, ho scoperto che per essere io avevo bisogno di cambiare, ma drasticamente, isolarmi cioè dagli altri, quando gli altri sono mio marito o quelli come mio marito. Essere libera, capisci? Libera di poter agire  secondo i miei istinti.

Lì, negli Stati Uniti, come saprai, dicono che la donna che pensa come me è piena di complessi. Ed a volte sono costretta a chiedermi se non sia vero, se sono gli altri che hanno ragione o se sono io che la tengo.

Vivere d’accordo con le leggi di mio marito è difficile per una come me, che vuole avere la speranza di poter valorizzare la mia personalità.”

In un momento di estrema tensione, mentre visitano i resti monumentali della civiltà Maya, Gladys va in escandescenze, si denuda e fugge, si perde nella foresta. Ritrovata da Chucho, pratico del luogo, il custode del museo e amico di Mario, col quale ella sfoga tutte le sue tensioni sensuali, torna a ritrovare la sua normalità e a riconciliarsi col marito. Sono entrambi convinti che il loro matrimonio possa funzionare e prosperare adottando una creatura del luogo perciò decidono subito di darsi da fare per raggiungere il loro scopo.

Mario non si presta a favorire il loro desiderio; si rifiuta di farlo perché ritiene che l’adozione sia un male per la madre, per il figlio adottato e per la struttura della natura umana, perché, a suo giudizio, ognuno nasce con un destino e deve seguirlo fino in fondo: non va turbato il destino di nessuno perché lo stabilisce Dio sin dalla nascita. Anche Chucho si rifiuta di aiutarli.

Non resta loro che ricorrere all’aiuto del parroco don Luis. E, con le generose offerte in denaro elargite da loro per il restauro della chiesa locale e per il sostegno alla famiglia dell’adottato, quella di Rosita, i Brown riescono a spuntarla, ottenendo il loro intento. Partono infine per gli Stati Uniti con Paulino, il figlio di questa donna, giovanissima, madre di dodici figli e di un prossimo nascituro. Ella non conosce neppure il nome dei loro padri. Tutti e tre partono con il giubilo dell’intero paese.

Qui, gli atti di follia della signora statunitense, Gladys, sembrano richiamare alla mente la figura di Lady Chatterley dello scrittore David Hebert Lawrence. Risultano, visto il loro esito, atti liberatori di tipo psicanalitico, sfoghi di natura capaci di guarire anziché aggravare lo stato dei propri comportamenti.

Anche qui non mancano altre storie interessanti. Brillano le figure che consentono di affrontare l’analisi dei  problemi esistenziali e sociali di più ampio respiro.

C’è quella del vecchio, che da un paese lontano giunge a Città del Messico per vendere i canestri, che discute con piena consapevolezza e chiarezza logica la sua idea sul perché è un male abbandonare il lavoro agricolo per quello industriale; del vecchio traghettatore di Alvarado che muore sul posto di lavoro come un qualunque animale sulla terra tra gente che resta a guardare; di Chucha, il custode del museo dei Maya e cicerone di Palenche che, ritrovato Gladys nuda nella foresta, si lascia trascinare in quegli accoppiamenti che riescono a liberare la donna dalla sua follia; di Rosita, la giovane madre legata visceralmente all’amore di suo figlio Paulito e quella di Enrique, lo studente dal carattere gioviale e ridanciano assai stimato da Mario. Si torna a parlare dell’archeologo Armando, anche lui a suo tempo amante di Lupita.

Le due parti del romanzo vengono coordinate da alcuni richiami  necessari alla struttura unitaria della storia, ma ciò che si nota di tanto in tanto è che dietro al linguaggio dell’autore pronto a giustificare i comportamenti di tutti ci sono giudizi che nessuno approverebbe.

Un esempio calzante, a tal proposito, è quello dove parla del villaggio di Palenche (110) e del destino dei suoi abitanti. Il villaggio è’ formato di circa ventiquattro abitazioni superaffollate. Ogni famiglia che ci vive “non ha meno di otto figli”. Quella di Rosita ne è un’esemplare ancora più numeroso.  Qui ogni peones non guadagna più di quattro pesos al giorno, quanto basta appena per sopravvivere. E’ un paese che per fare le ordinazioni per la chiesa dispone solo di un messaggero che si muove in bicicletta per potersi collegare con la città più vicina ed esiste solo una chiesa malridotta, bisognosa di grosse somme di denaro per il restauro.

Ebbene Corsi dice:

“Questo era un mondo a parte, permeato di pace e di quiete, popolato da gente che vive la giornata sapendo che c’è sempre un domani e che al di là del domani c’è un avvenire” (113).

Non si capisce quale avvenire possano avere quei ragazzi quando sappiamo da lui stesso che vivono in condizioni al di sotto di quella del vecchio di Città del Messico che deve fare tanti chilometri per poter vendere i suoi canestri e del traghettatore che muore, nell’indifferenza di tutti, come un cane, sull’argine di un fiume.

Le due opere non sono altro che una coscienziosa denuncia contro il male di vivere di quella gente e la miseria di questa “terra desolata”, come direbbe Eliot, non perché resa tale dal volere di Dio, ma dal disordine esistenziale degli uomini.

5 – Le altre due opere che intendo esaminare rivelano uno scrittore nella piena maturità, giunto alla piena coscienza dei suoi meriti e padrone assoluto dei mezzi espressivi per quanto si propone di dire, cosciente di possedere uno stile solido, armonioso ed elegante, sempre appassionato, capace di rappresentare anche strutture complesse e variamente articolate.

Sono, a mio giudizio, i suoi veri capolavori. Intendo riferirmi all’ “Amapola della Sierra Madre”, di cui assieme a mio fratello Ugo, già mi sono espresso, che, perciò, intendo evitare di ripetermi  e ad “Arabesco”, l’affresco stupendo della vita armoniosa di un intero paese molisano.

Riguardo ad essi mi piace aggiungere solo questo: che se l’“Amapola” è un capolavoro che descrive, tra l’altro, una società naturale messicana perfetta della Sierra Madre, quasi un piccolo, vero e proprio, falansterio, esemplare per bontà, giustizia e felicità di vita, in grazia e per virtù di uomini di potere onesti, laboriosi, geniali,  l’ “Arabesco”, per la medesima ragione, lo è per un ambiente italiano, del tutto molisano, grazie alle virtù native della gente e  alla volontà, alla personalità, al buon senso e alle capacità di una generazione di donne dal forte carattere, innamorate del proprio luogo di residenza e della propria gente.  

Qui mi occupo solo di “Arabesco, Una storia di donne, briganti e cuori infranti”, il migliore della sua produzione letteraria. E’ un vero affresco quell’isola felice a cui ha dato il nome di “Feudo di Fonte del Lupo

Per la verità “Fonte del lupo” è il nome che si incontra lungo la strada che dal Biferno sale fino a Casacalenda. Oggi come ai suoi tempi è una zona disabitata, ricca di sorgenti naturali ma, se poniamo attenzione alla descrizione di Calurana e del paesaggio che vi si stende intorno, il centro di questa storia è proprio il  suo paese nativo.

Tutta la narrazione vuole essere un monumento letterario dedicato al questo suo paese, che descrive con magnifiche pennellate nelle prime pagine del libro, alla sua gente e alle sue donne, tutte belle, laboriose e sagge, ma è anche il monumento esemplare  del Molise del quale ci fa respirare l’aria del Matese e dei paesi circonvicini fino a Boiano e Sepino, del corso del Biferno e del suo maggior affluente, il Cigno, sorgente nei pressi di Casacalenda, delle colline che sovrastano il lago di Guardialfiera fino al mare di Termoli e di Campomarino. I personaggi che egli esalta al massimo grado provengono da Larino, da Guardialfiera e da Casacalenda.

L’opera, come dicevo, ha una salda struttura unitaria divisa in quattro parti, ognuna delle quali comprendente otto brevi capitoli, sobri ed esemplari per bellezza ed elevatezza di linguaggio.

Tutto si dispiega seguendo la storia romanzata dei due personaggi principali, la ventenne Gina Granarolo, nativa del luogo, figlia di don Cesarino Granarolo, erede di un vecchio e abbandonato mulino, benestante e alquanto noto e rispettato commerciante di Calurana, e l’erede del feudo di “Fonte del Lupo”, Fabio Campitiello.

Intorno alle loro vicende e grazie all’inserto di alcuni documenti di storie segrete giunte in possesso di Gina, tutto l’intreccio diventa corposo, pieno di vicende interessanti e di personaggi di forte carattere. 

 La prima parte del romanzo non fa che illustrare le bellezze e le caratteristiche del luogo e a presentarne gli abitanti più in vista, descrivendo in maniera egregia le figure dei suoi eroi e tratteggiando la storia delle due famiglie destinate a unirsi, a cominciare da quella dei Granarolo.

Con brevi tratti di rilievo ci presenta il bisnonno Mingo e il nonno Pasquale fino a  Cesarino, il padre di Gina, con i loro pregi e i loro difetti. Prosegue così anche per i Campitiello, seguendo la loro storia sulla base della narrazione descritta nel libro “I signori di Fonte del Lupo” del professore Attilio Penna, padre di Fosca, l’amica intima di Gina.

La loro storia nasce con quella della Principessa napoletana Anna Giudice Ravindoli che, di solito, trascorreva le sue vacanze estive nelle sue terre del Matese. Innamorata del suo forte e instancabile accompagnatore ne resta incinta, ma partorisce in segreto il suo bambino e lo affida alle cure di una vedova del luogo, priva di figli, la signora Cristina.

Il piccolo viene battezzato nel paese di Campitello Matese   col nome di Girolamo e, non conoscendo il nome del padre, l’ufficio anagrafe  gli attribuisce il cognome di Campitiello. Da esso poi prende origine la stirpe dei Campitiello, di suo figlio Massimo e di suo nipote Fabio.

La mamma naturale di Girolamo, sentendosi  prossima alla fine, si chiude in un convento e, pentita, dichiara con atto pubblico di essere la madre sciagurata di Girolamo Campitiello, abbandonato in gioventù alle cure di una vedova del luogo, la signora Cristina. Per questo destina per  testamento a questo suo unico figlio il  “Feudo di Fonte del Lupo”. La morte di lei, alla giovane età di sessanta anni, giunge poco dopo nel 1875.

L’ultimo capitolo di questa prima parte presenta Girolamo già padrone del Feudo, lietamente sposato con la figlia dell’onorevole Cervignano, donna Anita, un personaggio di forte carattere, capace di grandi iniziative.

Le vicende della sua famiglia e dei suoi tre figli, Cristina, Giacomantonio e Massimo riempiono tutta la seconda parte del libro. Non mancano grandi problemi sociali ed esistenziali da affrontare, usi e costumi del paese da rispettare, né fatti criminosi intrecciati con l’infierire di scorribande dei briganti di allora.

Ma ciò che brilla di una bellezza unica è la storia delle tre signore che si succedono nel “Feudo di Fonte del Lupo”: Anita Cervignano di Larino, Matilde Antenucci di Guardialfiera e Gina Granarolo di Casacalenda.  Tutte si trovano sposate a uomini che intendono vivere a loro modo, poco attenti agli interessi economici e sociali della famiglia. 

Anche questo appare, ad esempio, come un piccolo falansterio, un’isola felice, un mondo umano ideale, efficiente come quello dei socialisti utopisti di Saint Simon, Roberto Owen,  Fourier o di San Leucio di Caserta, ma qui il sostegno è dovuto solo ed esclusivamente all’abilità e alla forza di carattere di queste ammirevoli donne e dalla naturale propensione dei suoi abitanti.

La loro è un’organizzazione sociale naturale la cui armonia si realizza spontaneamente grazie alle virtù di queste tre signore e alle buone e felici disposizioni di tutta la sua gente. Un esempio:

“D’estate, tra luglio e agosto, il vecchio feudo veniva invaso da centinaia di mietitori che venivano non solo da ogni parte del Molise ma anche dalla Puglia; in autunno le vendemmiatrici prima, poi le brucatrici, armate si cerchi e di reti, popolavano l’intero paesaggio con i loro canti popolari che diedero così vita a una generazione di canzoni folcloristiche ancora oggi ricordate dai cultori di tradizioni popolari e che arricchiscono il patrimonio culturale della regione. Spettava a Gina  organizzare il lavoro di tutta quella gente e delle portatrici di acqua e di vino, i rifornimenti nelle dispense delle case coloniche disposte sul vasto territorio, la cucina…”(Arabesco pag. 121)

Non c’è pagina che possa essere accusata di qualche difetto. L’intero disegno sembra costruito dai grandi maestri dell’architettura e del pennello. La lingua prosegue con ritmo scorrevole, fatta di parole nobili e appropriate, di traslati fantasiosi e brillanti, di frasi e periodi di perfetta fattura. Abbondano qua e la brani di alta poesia. Le descrizioni e le vicende scaturiscono da un’anima sensibile e passionale. Tutto contribuisce ad avvincere il lettore dalla prima all’ultima pagina.

Questo, a mio giudizio, è il suo vero capolavoro, l’espressione più alta della sua arte il cui godimento può avvenire solo da una diretta lettura.

                           

6 – Riflessioni su alcuni principi di poetica

Pietro Corsi non è un avvocato o un economista, né uomo di scienza, uno psicologo, un sociologo o un filosofo, ma un po’ l’uno e l’altro. E’ un uomo completo, ricco di fantasia, di cultura e di esperienze, esperto del mondo, serio, fornito di sani principi umani, voglioso di comprendere ciò che gli accade intorno e di farlo conoscere ai suoi lettori.

E’ un narratore nato, appassionato, un osservatore perspicace, attento, lucido, misurato e geniale,   affascinato dalla bellezza della natura e dalle storie umane presenti nelle civiltà del passato e di quelle presenti sparse per il mondo; interprete sapiente delle reazioni che avvengono nell’animo suo e delle persone del suo mondo.

E’ un comunicatore dalla parola fascinosa e accattivante, fornito di una lingua madre ricca, scorrevole, nobile, appropriata ed elegante, una delle più classiche dei nostri tempi.

Partendo dalla lingua italiana d’uso delle prime sue opera, già suscettibile di assumere l’eleganza e la compiutezza di livello più alto, egli da solo, con l’esercizio costante, ha raggiunto una padronanza espressiva e uno stile tale da essere ritenuto degno della stima dei migliori scrittori italiani del nostro tempo.

Nei suoi scritti ritroviamo molti principi di grande saggezza di antica e recente memoria, basta ricordare per la conoscenza umana il “Conosci te stesso” di Socrate,  per il concetto di destino “Il presente è gravido dell’avvenire” di Leibniz (Monadologia, 22) e “La natura ha posto in tutti gli uomini il desiderio di essere felici” (Nuovi saggi sull’intelletto, 3), o il concetto dell’inconscio di Freud e quello di istinto e percezione di Leibniz.

I suoi personaggi, colti o incolti, si pongono sempre l’interrogativo “Porque vives tu?” dal primo all’ultimo romanzo, cosa che dimostra la sua naturale propensione a filosofare, ad affrontare con intuito, sapienza e consequenzialità, con una logica personale limpida e pura, narrativamente, i problemi più svariati e scottanti delle attuali generazioni.

 A me sembra ravvisare in questo suo tema dominante il motivo fondante della sua poetica, un motivo che, via via nel corso degli anni, matura fino a giungere alla perfezione nei suoi ultimi lavori narrativi.

Egli non scrive se non mosso da questo motivo che, anche se non gli è sorto da solo nella mente, l’ha recepito, conquistato e portato a piena maturazione entro di sé  attraverso una lenta e appassionata meditazione.

 L’ha sentito per la prima volta pronunciare in Messico, da chi meno se lo aspettava, divenendo in lui la chiave, il principio fondante della sua ricerca umana e sociale, la fonte, il lievito con cui ha impastato la sua intera produzione poetica.

Giose Rimanelli lo conferma narrando che si trovava con lui a Villahermosa, in Messico quando entrambi “sbronzi da morire”, un indio, l’avvocato Meli, si avvicinò a loro e per la prima volta, gli pose la domanda che lo lasciò disorientato e stupito: ”Porque vives tu?”

Nel romanzo “Ritorno a Palenche” ne parla come di un’idea ossessiva.

Pietro Corsi, riflettendo, comprese che l’uomo, raramente  ha piena coscienza di quello che fa e di quello che è, (pensiero dibattuto dai filosofi di tutti i tempi, come dicevo, a cominciare da Socrate per continuare con Leibniz, Marx e Freud fino ai nostri giorni), ha  bisogno continuamente di autoriflessione, di ripensamenti, di una messa a punto periodica dello stato della sua coscienza, direi giornalmente, per sperare di giungere a una “conoscenza di se stesso” via via sempre più ampia e profonda (R. a P. 95) perché, come dice altrove (R. a P. 68), “esiste un solo amore… ed è l’amore per se stessi. E’ amando se stessi che si può amare anche il prossimo”.

Su di esso quindi si fondano anche le sue istanze sociali.

Per questo la sua arte assume significati profondi; lo porta a scavare nei meandri oscuri della coscienza individuale e sociale,  per cogliere le ragioni più riposte che si celano dietro l’apparato delle nostre azioni quotidiane, nell’intima nostra natura e nel destino di ciascuno.

Tutti si chiedono se saranno o non felici, da quelli che circolano per le vie del mondo come sbandati e lottano nella miseria più nera, per sopravvivere come Onofrio, a quelli che restano nel paese nativo e vivono nell’abbondanza, soddisfatti e rispettati da tutti come Gina Granarolo. 

Essi, pur sommersi dalle circostanze, ridotte alla più desolata disperazione, alla indigenza più nera, ridotti a dormire sotto i ponti o sotto la volta del cielo, non demordono: dall’abisso in cui si trovano non mancano di cogliere ogni occasione per risalire la china e non mollano fino a che non abbiano raggiunto la meta che li vede appagati e felici.

Così, nell’abbondanza, fanno le tre donne da sole, anch’esse scontente per avere sposato uomini poco attenti ai propri interesse, non disposti a impegnarsi nella realizzazione di un bene, importante per sé e per il proprio prossimo.

La loro tenacia, non meno di certi principi di fondo. ricorda molto da vicino le forti figure di altri grandi scrittori come vediamo ne “I Contadini” di Vladislaw Stanislaw Reymont (Nobel 1924 pag. 655)  e nel “Risveglio della terra” di Knut Hamsun (Nobel 1920 pag.457-459).

 Sulla famiglia, ad esempio, in un momento storico in cui assistiamo al suo graduale dissolversi, Pietro Corsi (“Arabeschi” pag. 44)  fa dire a Girolamo Campitiello: “Le buone abitudini coniugali sono più forti dell’amore, se non altro perché, contrariamente all’amore, sono sempre prevedibili” e Reymont (“I Contadini pag. 650) dichiara che “L’amore passa…è come un buon pranzo della domenica…, il matrimonio…con un uomo e dei bambini vale più che essere liberi e soli

E’ il solito tema della ricerca del bene nella lotta per la vita che spesso può portare l’uomo a sbandamenti disastrosi da trasformarlo in lupo  dell’uomo come dice Hobbes. Così mi pare di capire dalla lettura del romanzo “La giobba”.

Solo per questo motivo Onofrio ritrova la sua pace e il suo equilibrio e riesce a comprendere la figura del vecchio e sciagurato amico, Roberto, nel vederlo convinto e voglioso di tornare a vivere una vita onesta e laboriosa come quella di tutti gli uomini che si rispettino.

Tanti sono i casi della vita. Onofrio trionfa,   Roberto soccombe, Helene, la parigina, perde ogni speranza (“La giobba”);  fuggendo Lupita ha scelto di tenere la sua creatura, Mario Beretta ha deciso l’oblio, ma spera ancora. Egli lo dichiara esplicitamente: “Lupita non fa più parte del mio mondo”  ( R. a P. pag. 94). I coniugi Brown con la riconciliazione tornano soddisfatti negli Stati Uniti; Girolamo Campitiello, nella sua follia, inventa un nuovo modo di suicidarsi: si rinchiude e muore nella torre da lui stesso fatta costruire; sua madre, la Principessa, propende per il riconoscimento del figlio abbandonato alle cure di Cristina e corre ai ripari per morire in un’aria di santità. Manolo Martin de la Miranda decide di lottare per il bene del suo paese ma cade sotto i colpi spietati dei coltivatori di droghe (“L’amapola delle Sierra Madre”).

In Arabesco, la domanda più esplicita, si fa più sottile, decisamente diretta al bene. E’ quella posta da Gina Granarolo all’inizio e alla fine della sua vicenda: “Sarò felice?”.

       Qui è la Magara, Maria Romanza, la donna saggia del suo paese che, per inciso, fa pensare alla figura di Abuelita dell’ultimo romanzo, che pone nella maniera più evidente la sua risposta:

”La felicità non è un casuale dono del destino: è meta. E va conquistata con umiltà e amore.”

L’obiettivo appartiene a tutti, è un principio universale giusto e sacrosanto, e si raggiunge solo con ostinazione, persistendo a perseguirlo con umiltà e amore. Solo questa è la vera e sana risposta a quell’interrogativo. Tutto qui sta il vero fine della vita di ogni uomo, il motivo centrale della sua filosofia. E’ il principio dell’homo faber di classica memoria.

Ma universale è anche il principio da cui nasce lo slancio dell’uomo verso la ricerca del bene.

Lo manifesta esplicitamente Mario quando manifesta il suo dissenso ai coniugi Brown.

Ognuno è fornito dei mezzi per poter vivere bene, basta tenere la rotta giusta.

Come “Tutti fuggono…e nell’intento di fuggire, cercano disperatamente di raggiungere la luna” (R. a P. 91). Tutti sono impegnati a collaborare col loro destino al fine di operare per il bene proprio e di tutti

              La direttiva è una sola: conoscere se stessi per poter meglio   operare in vista della felicità.

7 – Per concludere

Non esiste scrittore a cui non si possano fare delle riserve: ma ciò non toglie nulla alla loro grandezza. Così può dirsi di Pietro Corsi, un molisano degno di grande rispetto, che ha voluto lasciare un segno indelebile della sua arte soprattutto con i suoi due grandi amori: quello per il paese nativo e per il Molise e quello della civiltà Maja di cui è diventato un ottimo conoscitore ed interprete, esistita  a suo tempo nella Sierra Madre, di cui Palenche conserva i monumenti e i reperti geroglifici più importanti. Ma la sua saggezza e la bellezza della sua prosa la si può apprezzare e gustare solo direttamente, leggendo i suoi libri.

Personalmente  ritengo questi testi i migliori capolavori narrativi nati dalla penna di un molisano,  degni di stare accanto alle grandi opere di tal genere per la limpidezza del disegno, per la grande intelligenza con cui l’autore costruisce il carattere dei suoi personaggi e dei suoi ambienti, come pure per l’amore e la passione con cui egli partecipa alle vicende che narra e, soprattutto, per la proprietà, la limpidezza del tessuto, l’elevato grado di conoscenza e di uso della migliore lingua italiana.

Napoli 1 – ottobre – 2017

Filippo Leo D’Ugo

 

 

 

 

 

 

 

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